Solo un grande spavento per Simon Kjaer, che dopo l’infortunio rimediato nell’amichevole giocata con la sua Nazionale, non sembra nulla di grave, per fortuna, visto che è appena iniziato il momento clou della stagione e Stefano Pioli ha bisogno di tutti, visto anche il lungo stop di Kalulu, emergenza difesa sfiorata quindi, così ha parlato il danese post partita:
“Spero che non sia così grave. Ho sentito un po’ di fastidio e volevo solo andare sul sicuro. Siamo a stagione inoltrata, quindi cerchiamo anche di pensare un po’ avanti e preferiamo non correre rischi. Non mi aspetto che sia assolutamente qualcosa di brutto.
Se fosse stata una partita di qualificazione o dell’Europeo non sarei uscito. Se resterò in ritiro con la Danimarca? Penso di sì, ma adesso dobbiamo vedere come si evolverà la situazione, ma questa è stata la mia prima sensazione”.
“Penso che viviamo in un mondo fake: mostriamo di noi quello che la gente si aspetta di vedere o a cui piace credere. Ma chi mi conosce sa che io mi mostro per come sono. Non faccio nulla allo scopo di compiacere gli altri.
L’uomo che vedi nello spogliatoio è lo stesso che salta e canta sotto la curva dopo una vittoria. Questo amore per il Milan è sincero, ed è esploso in me in maniera spontanea, non lo controllo. E, quando amo, do tutto. Quando sento 80mila tifosi che cantano, mi vengono i brividi e mi sento uno di loro.
E, nel periodo in cui non giocavo, mi faceva sentire vivo comportarmi da tifoso. Il coro dei tifosi che mi piace di più? Bandito e Forza Diavolo alè. Quando lo stadio ha urlato il mio nome dopo il primo gol con la maglia del Milan contro la Roma mi sono venuti i brividi, quasi le lacrime. Dopo tutto quello che ho passato, è stato un momento speciale”.
Un gol che cambia la carriera, questo è successo a Junior Messias, diventato eroe per una notte a Madrid con la maglia del Milan per quella rete di testa segnata all’Atletico: “Al Metropolitano, uno stadio che è un gioiello.
Se non vincevamo, eravamo fuori: entrai al 78’, segnai di testa a tre minuti dalla fine. Saltai due avversari e allargai verso Theo Hernandez che la diede in profondità per l’inserimento di Kessié e sul cross mi feci trovare al posto giusto. Ricorderò quel gol per tutta la vita e non lo dimenticheranno anche i milanisti. A fine gara piangevo:
dall’Uisp al gol decisivo in Champions, un sogno. Mi è venuto ad abbracciare Ibrahimovic: “Non fare così, altrimenti piango anch’io”. Ma non diciamo che Ibra era commosso altrimenti mi uccide… Chi non lo conosce non può immaginare che personaggio straordinario sia. Grande umanità e incredibile simpatia”.
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